Il PD che serve all’Italia? Un partito della Nazione

Oggi Fubini sul Corriere fa una analisi speculare a un “pensierino della sera” che ho socializzato sabato su Facebook. Peraltro il suo editoriale va letto in toto perché delinea un paio di policies che a mio avviso entreranno nel dibattito pubblico molto presto. Ma su quelle torneremo in futuro.

Avevo scritto su Facebook:

Pensierino della sera. Prendetelo come un appunto da approfondire. E se il problema di Salvini ad andare da solo con Di Maio non fosse (solo) la perdita dell’egemonia sul centrodestra? E se il suo problema principale fosse la consapevolezza che il voto a Di Maio è un voto molto meridionalizzato e quindi ha paura che il suo elettorato del Nord possa viverlo come un tradimento?

Scrive oggi Fubini:

Senza il Mezzogiorno, le elezioni avrebbero deluso M5S. Rispetto alle legislative del 2013 il Movimento ha perso voti in Piemonte, Veneto e Liguria, ed è crollato in Friuli-Venezia Giulia. Al Nord nel complesso ha fatto fatica ed è riuscito a prevalere solo grazie a un balzo dal 26% al 47% nel Mezzogiorno. Il gruppo sociale nel quale si è imposto più nettamente non sono i disoccupati, ma quello meno esposto ai rigori della globalizzazione: gli statali fra i quali, stima Ipsos, il 40% ha preferito la forza di Luigi Di Maio. Per radicarsi e consolidare il proprio ruolo come cardine del sistema politico, M5S ora dovrà dunque rispondere alle speranze di milioni di elettori in Campania, Sicilia, Calabria, Puglia o Sardegna.

Fubini considera i dati assoluti del Sud, ma chiaramente -lo dico per confutare alcune analisi frettolose che considerano il voto in Italia un tutt’uno- questo dato si associa a dati sui flussi. Chi vi dice che gli elettori che il Pd ha perso sono andati ai Cinquestelle vi dice una mezza verità. Chi vi dice che gli insegnanti (e gli statali in genere) hanno abbandonato il Pd per votare Cinquestelle vi dice una mezza verità. Queste due affermazioni sono (in parte) vere solo al Sud. Al nord e nei grandi centri urbani gli elettori che hanno abbandonato il Pd si sono per lo più astenuti o hanno votato Lega; e tra questi -udite udite- gli insegnanti che non si sono astenuti hanno votato in misura più che doppia alla popolazione totale +Europa. Ovvero il partito che criticava la 107 perché troppo timida.

Dunque, tornando a Lega e Cinquestelle, il problema che hanno per fare un governo che non preveda altri contraenti è non tanto e non solo la leadership, ma un problema di programma elettorale. O trovano il modo di riunificare l’Italia attraverso politiche coerenti tra loro ma che tengano insieme le esigenze di nord e sud, oppure rischiano di perdere consenso nei loro elettorati di riferimento. Salvini lo ha capito e cerca di tenersi stretto Berlusconi, Di Maio lo ha capito?

E dei loro destini potremmo anche preoccuparci il giusto, ma come Paese il rischio concreto da scongiurare è la nascita di un governo che con le sue politiche allarga la forbice tra nord e sud (sociale ed economica, prima che di rappresentanza politica). Un governo Cinquestelle-Lega, incapace com’è di visioni sistemiche, risolverebbe infatti la contraddizione che ho descritto con politiche spezzatino che accontentino entrambi gli elettorati. Ecco perché -al di là delle convenienze di parte- sarebbe utile un “collante” tra Cinquestelle e Lega, come fu Forza Italia nel 1994. Mai la Lega di Bossi e il partito di Fini sarebbero andati al governo insieme senza quel collante. Con una definizione più elegante, la mia tesi è che al Paese serva oggi più che mai un Partito della Nazione. Attenzione! Per una definizione di partito della nazione non propagandistica si veda l’articolo che l’ha coniata, quello di Alfredo Reichlin per l’Unità dopo il trionfo del Pd nel 2014. Purtroppo non trovo la fonte diretta, ma rimando a questo articolo di Francesco Costa, dove trovate non solo le citazioni ma anche una ricostruzione di come l’affermazione abbia cambiato di senso nel dibattito pubblico. [aggiornamento l’articolo di Reichlin lo trovate qui]

Nell’Italia di oggi ci sono due partiti che hanno interpretato in momenti diversi della storia patria questo ruolo. E sono anche gli unici che a mio avviso possono tornare ad interpretarlo, ciascuno a loro modo. Questi due partiti sono Forza Italia e il Partito Democratico e un governo che li escluda entrambi sarebbe per le ragioni che ho scritto sopra una sciagura per il Paese (e in particolare per la parte più debole, il Sud). A parte un governo “di tutti” (ipotesi al momento improbabile e comunque per la quale eventualmente deve lavorare il Capo dello Stato, non certo le parti in causa) sono tre i governi plausibili che non escludano entrambe queste forze: Centrodestra+Cinquestelle, Centrodestra+Pd, Cinquestelle+Pd. Ma il secondo e il terzo dilanierebbero il Pd e spero quindi non si realizzino.

E il Pd allora? La mia opinione è che debba utilizzare il periodo di opposizione per ritrovarsi. Ritrovarsi nella sua funzione storica prima che nella sua proposta politica, che ovviamente dovrà essere coerente con essa. In questa ottica auspico il rilancio di quel “partito della nazione” realizzato pienamente dal primo Renzi (e che non è altro che un modo diverso e più preciso di definire e praticare la “vocazione maggioritaria” veltroniana). E realizzarlo, meglio chiarirlo a scanso di equivoci, a prescindere da Renzi. Che è vivo e (spero e credo) lotta insieme a noi, ma se è vero che i leader interpretano, i più efficaci incarnano, un’idea, è altrettanto vero che questa idea se è forte deve essere capace di affermarsi a prescindere dal leader pro tempore.

Attrezziamoci quindi per fare opposizione, sapendo che torneremo competitivi solo se sapremo tornare ad essere un partito che “prende in mano i destini dell’Italia” (sempre Reichlin). O anche, per dirla con Nannicini oggi su Repubblica:

Orgoglio e autocritica possono camminare insieme. A patto che l’autocritica non porti all’autoflagellazione e che l’orgoglio non produca conservazione. I governi del Pd hanno fatto scelte importanti per far uscire l’Italia dalla crisi e renderla più giusta. Ma perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, casomai un’aggravante. Abbiamo fatto fatica a ricondurre le nostre scelte dentro a una “costituzione emotiva”: quell’insieme di valori e obiettivi che, da una parte, plasmano l’identità di un partito e, dall’altra, danno un senso alle politiche che quel partito sta realizzando. […] Dare una “costituzione emotiva” alla sinistra del XXI secolo è un problema comune a tutte le forze progressiste in Europa e nel mondo. Se, per dirla con Nenni, vogliamo portare avanti chi è nato indietro, a volte la risposta sarà più mercato, altre più intervento pubblico. A volte più diritti, altre più doveri. L’importante è che tutte le risposte stiano dentro a un’unica cornice, quella di un riformismo empatico e responsabile, che coniuga merito e bisogno. E che riduce le diseguaglianze: non solo nel reddito, ma nelle capacità (alla Amartya Sen), nelle opportunità, tra generazioni e tra comunità.

Più facile a dirsi che a farsi. Ma se non cominci mai… Al lavoro e alla lotta!

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