Cinquestelle costola della sinistra? Sicuro sicuro, caro Walter?

Che nemesi per Veltroni! Si ritrova a fare il verso alla frase alla quale D’Alema è poi stato impiccato per anni, quella della “Lega costola della sinistra”. Ieri a #ottoemezzo ha detto che ad essere una costola della sinistra sarebbero i Cinquestelle. E la sua affermazione fa il paio con la rivelazione di Fassino a #portaaporta, che ha chiarito come qualcuno nel Pd pensa di ripristinare il bipolarismo attraverso l’alleanza organica tra Pd e Cinquestelle.

Ma le parole di Veltroni costringono a tornare su un punto. È vero o non è vero che il MoVimento è un raggruppamento di compagni (che -forse- sbagliano)? Anche qui il paragone con D’Alema aiuta. Per le differenze tra le due considerazioni. D’Alema non ha mai inteso dire che la Lega fosse di sinistra, ma solo che gli operai la votavano e ci si doveva interrogare sul perché. Qui invece si passa alla interpretazione letterale e se questa analisi prende piede rischia di essere la fine per il Pd.

Per spiegare perché la penso così, occorre fare un (piccolo) passo indietro. I miei interventi in questi giorni negli incontri (pubblici e/o privati) nei quali si parla del voto cominciano sempre con una considerazione apparentemente banale, anzi proprio banale. Banale, ma che tutti danno così per scontata da non considerarla mai nelle loro conclusioni. E Veltroni non fa eccezione.

La considerazione è questa: il voto al nord e al sud è stato completamente diverso. E non mi riferisco solo al risultato (lo stock, direbbe un economista) ma agli spostamenti (il flusso) e alle ragioni di questi. Prendiamo ad esempio i voti persi dal Pd: semplificando abbiamo al Nord molta astensione e un po’ alla Lega, nelle cosiddette regioni rosse tanta astensione e tanto alla Lega, al Sud poca astensione e tanto ai Cinquestelle.

Il peso delle policies c’è e può essere esemplificato con le ricette su immigrazione (Lega al Centro e al Nord) e reddito di cittadinanza (Cinquestelle al Sud). Ma le proposte programmatiche non possono essere le uniche ad aver contato altrimenti non si spiegano i comportamenti elettorali di alcune categorie; prendiamo ad esempio le scelte del pubblico impiego, in particolare i docenti, che al nord continuano a votare per il Pd anche se meno che in passato e al sud si sono spostati in massa.

Se ho ragione (e non pretendo di averla), è un punto di partenza interessante per capire meglio il voto, ma qui mi interessa l’aspetto specifico: se è corretta, tutto il ragionamento che parla di “Cinquestelle come costola della sinistra” (Fassino, ma anche Veltroni) è come minimo vero solo per il sud. Insomma, non considerare questa differenza tra nord e sud, tanto evidente quanto ignorata, ci porta a trarre conclusioni come minimo monche (e quindi sbagliate). Ecco perché Veltroni sbaglia. Altrimenti come spiega il voto del Friuli? O (se vogliamo restare alle politiche) il fatto che, se sommiamo tutte le regioni dalla Toscana in su, i Cinquestelle hanno guadagnato in quella parte del paese (dove vota metà degli italiani) meno di un quinto dei voti guadagnati in tutta Italia?

Avrebbe piuttosto senso interrogarsi sul perché 5 milioni di elettori delle Europee abbandonano il Pd per votare Lega e Cinquestelle o non votare affatto. E qui la mia opinione (opinabile per definizione) è che hanno abbandonato il Pd -semplifico- quattro tipologie di elettore:

  1. quelli che avevano creduto nei Dem come forza del cambiamento e sono rimasti delusi (i circa 2 milioni di ex elettori che secondo SWG sono rimasti a casa)
  2. quelli che volevano un cambiamento ma diverso, di destra (il milione circa che ha scelto Lega o è tornato a Forza Italia, probabilmente anche in chiave anti-Salvini)
  3. quelli ammaliati da un cambiamento più radicale, antisistema
  4. quelli spaventati dal cambiamento avviato nella scorsa legislatura.

Non è possibile quantificare quanti ex Pd che hanno scelto Cinquestelle appartengano alla 3) e quanti alla 4) ma le stesse indagini SWG ci dicono che la somma è 2 milioni (ed è concentrata nel sud, come abbiamo detto). E che di questi 2 milioni, solo 1 aveva già votato Pd anche nel 2013 (ed è quindi etichettabile come “di sinistra” tradizionalmente intesa).

La scelta che spetta al Pd non è quindi se inseguire gli elettori più “di sinistra” o quelli di destra e/o antisistema, ma se riprendersi gli elettori del primo o dell’ultimo gruppo. Se inseguire chi è rimasto deluso dal un tasso di riformismo reputato insufficiente, ovvero chi si è spaventato (legittimamente: la paura non è un sentimento da condannare!) per troppo riformismo.

Ovviamente il mio auspicio di iscritto ed elettore è di tornare a ottenere la fiducia di tutti gli 11 milioni di italiani che ci scelsero nel 2014, se possibile di tutti i 12 milioni che ci scelsero nel 2008. Ma se devo esprimere un’opinione su quali siano i primi da ri-conquistare alla causa io indico i 3 milioni (1 milione perso tra 2008 e 2014, 2 tra 2014 e 2018) che abbiamo illuso e poi lasciato a casa.

E se il congresso provassimo a farlo proprio su questa scelta?

P.S.: terminato questo post mi sono imbattuto in un articolo sullo stesso tema di Carlo Cerami. Per la parte seria del ragionamento rimando quindi a quello.

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