Quattro punti per ricominciare a parlare seriamente di scuola

Articolo per Il Sussidiario.

La parte programmatica del manifesto politico di Carlo Calenda ha due grandi meriti: (ri)portare il dibattito post-elettorale del centrosinistra sul piano dei contenuti e farlo con la libertà e la radicalità di chi non ha appartenenze pregresse alle quali rendere conto. Trovo invece molto più debole la formula (“alleanza repubblicana”), che personalmente continua ad apparirmi nella migliore delle ipotesi astratta e confusa.

Ma restiamo al merito, in particolare alla parte del manifesto sulla quale penso di avere qualcosa da dire, quella intitolata “conoscere”. Quelle indicate da Calenda sono certamente priorità, a cominciare dal contrasto all’analfabetismo funzionale, che — come ci ricorda Ocse ad ogni indagine Piaac — rappresenta per il nostro paese più che per altri una vera e propria emergenza. Personalmente ho dei dubbi solo su una delle proposte, almeno per come è stata esposta. Mi riferisco al tempo pieno per tutti, dove i dubbi riguardano quel “per tutti”: ho sempre perplessità sulle ricette universali e su quelle che la prendono dal lato della quantità tralasciando quello della qualità. Peraltro l’esperienza ci insegna che le aree del paese più carenti di tempo pieno, quando hanno avuto a disposizione l’organico potenziato previsto dalla legge 107, invece che usarlo per aumentare il tempo scuola, lo hanno utilizzato per mantenere aperte le sedi distaccate. Se il tema è dare più risorse alle aree del paese dove l’emergenza educativa è più acuta, benissimo. Ma eviterei di predeterminare ricette salvifiche, perché queste non esistono.

Con spirito costruttivo e con l’auspicio di saper dimostrare analoghe libertà e radicalità che ho riconosciuto a Calenda, provo ad elencare alcune priorità dalle quali leggere in filigrana l’idea di scuola sulla quale mi aspetto i progressisti fondino il proprio agire.

1. Lifelong learning. I dati drammatici sull’analfabetismo funzionale e i cambiamenti sempre più veloci che si susseguono in tutti i campi ci impongono di incrementare e finalizzare in modo più puntuale gli investimenti per la formazione lungo tutto l’arco della vita e per le politiche attive, impedendone un uso improprio dovuto ad una impropria identificazione di questi strumenti con gli ammortizzatori sociali. Priorità: superare un sistema basato su una separazione netta tra una fase della vita nella quale si accumula il sapere necessario per le fasi successive e altre fasi nelle quali, al massimo, lo si aggiorna.

2. Scuola e lavoro. Si deve far uscire la scuola dalla sua autoreferenzialità, abbattere il muro che la separa dalla società e in particolare dal mondo del lavoro. Perché ciò avvenga, i tre grandi pilastri della legge 107 vanno visti come un tutt’uno: Piano nazionale scuola digitale, Piano nazionale di formazione e Alternanza scuola-lavoro sono tre tessere di un mosaico che possono mostrare il disegno sottostante soltanto se unite. In particolare, appare evidente che “lavorare” fa e farà sempre più rima con “imparare”. Peraltro se gli strumenti (le competenze) per stare nel mercato del lavoro non vengono dalla scuola, chi può li “compra” e chi non può sarà messo sempre più ai margini, esattamente come avveniva nel secolo scorso per il sapere di base. Priorità: costruire anche nel nostro paese un sistema duale capace di tenere conto delle specificità dei nostri sistemi formativo e produttivo; restituire identità e vocazione all’istruzione tecnica e professionale; ripensare il nesso tra IP e la IeFP regionale; investire di più e meglio sugli Its, con l’obiettivo minimo di raddoppiare il numero degli studenti che li frequentano.

3. Carriera per i docenti. Il tema della retribuzione deve smettere di essere solo evocato (non c’è ministro che non abbia iniziato il proprio mandato denunciando i salari troppo bassi dei docenti), ma deve essere finalmente aggredito. Va fatto però con serietà e senza illudere gli interessati che un significativo aumento possa essere indiscriminato. La “carriera” sarebbe invece una proposta ragionevole, con maggior consenso sociale, costosa ma sostenibile economicamente. Priorità: introdurre percorsi di carriera, anche attraverso la differenziazione delle funzioni; si possono infatti valorizzare anche aspetti della professionalità docente diversi da quelli direttamente connessi alla didattica (ricerca universitaria, formazione dei colleghi, gestione e coordinamento…).

4. Autonomia scolastica. Le scuole, anche le più attente all’innovazione e meglio disposte verso l’autonomia, sono in sofferenza per le incombenze amministrative che aumentano sempre più. Il paradosso dell’autonomia è che avrebbe dovuto dare maggiore libertà alle scuole, ma si è trasformata in un aggravio non più sostenibile di adempimenti, che in alcuni casi limitano la capacità di manovra e sempre più spesso assorbono troppo tempo e risorse. Priorità: ribadire il valore fondante del pluralismo educativo; fare una revisione dell’apparato normativo a cominciare dal Testo Unico; sgravare le scuole dai troppi adempimenti, dando alle reti di scuole o ai “provveditorati” un ruolo di “servizio” e assegnando un organico aggiuntivo secondo criteri e finalità specifiche (territorio e/o utenza con criticità, innovazione didattica, coordinamento e/o servizi ad altre scuole…).

Come realizzare tutto questo? Coinvolgendo la comunità educante che si aggrega attorno alla scuola. La scuola non è un servizio pubblico come tutti gli altri e una sua peculiarità è quella che coinvolge la più grande comunità del paese, che raccoglie, come attori complementari l’uno all’altro, giovani e famiglie, docenti, dirigenti e personale della scuola, istituzioni e realtà operanti nel territorio, mondo del lavoro e delle imprese. Una comunità che esiste, anche se i media faticano a intercettarla o riconoscerla e che spesso non si percepisce come tale. Solo da un suo nuovo protagonismo potrà nascere il contributo determinante per il successo di qualsiasi azione che riguardi la scuola.

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