Tre cose sulla #AssembleaPD. Tre di tre: al Pd servono coerenza credibilità e determinazione

Dopo l’Assemblea Nazionale PD del 7 luglio ho scritto alcune riflessioni. Vista la lunghezza le ho divise in tre post e oggi pubblico la terza e ultima parte. Buona lettura!

Di seguito i link alle prime due.

Uno di tre: Renzi e i riformisti

Due di tre: il tempo da qui al congresso sia ben speso

La terza e ultima considerazione parte da una premessa. La critica principale che è stata rivolta a Renzi dopo il 4 marzo è che non ha fatto una vera analisi della sconfitta. Bene, giusto: l’analisi della sconfitta non può mancare in un partito di sinistra…

Renzi sabato la sua lettura della sconfitta l’ha data. Può piacere o non piacere, la si può condividere o meno, ma lui l’ha fatta. Peccato che quasi nessuno di quelli che in questi mesi accusavano Renzi di non averla fatta si sia sforzato di farne una propria. Almeno in Assemblea. Battute ai giornalisti tante, invece: ma fare battute sta a fare analisi come guardare un film porno al sesso con la persona che ami. L’unico tra i leader è stato Martina. Ma tutti gli altri? Qualcuno sa cosa pensano Gentiloni, Franceschini o Zingaretti del perché abbiamo perso? A parte “per colpa di Renzi” (che però come analisi della sconfitta paragonerei a una sveltina, per stare in tema).

E cosa ha detto Renzi? In sintesi: abbiamo giocato senza leader (con il falso nueve per usare le parole di Renzi); abbiamo passato più tempo a criticare noi stessi (anche -in alcune fasi esclusivamente- sul piano personale e non politico) che gli avversari; non abbiamo rivendicato a sufficienza le cose buone fatte, seppur inserendole in una proposta per il futuro che fosse coerente; di conseguenza non avevamo una storia da raccontare, una visione per il futuro del paese da trasmettere che fosse chiara e credibile. E di tutto questo Renzi si è preso le proprie responsabilità, senza essere però omissivo su quelle degli altri.

Attenzione, caro lettore. Non sto parlando di cosa i giornali hanno riportato di quel discorso, ma del discorso. Non sto parlando delle reazioni stizzite e a mezza bocca degli altri protagonisti, ma di ciò che Renzi ha detto e loro non hanno detto. Gli si è chiesta una analisi e l’ha fatta. Chi si è offeso può contestarla, ma se pretendeva che l’analisi fosse “rinnego tutto”, non voleva una analisi ma una abiura. Esercizio che trovo poco utile a rilanciare un partito per le ragioni che dirò in conclusione.

Mi ha convinto l’analisi di Renzi? Ciò che ha detto mi ha convinto abbastanza. Mancava però un tema fondamentale (e bisogna capire se mancava per scelta politica o per ragioni “psicologiche”): il referendum del 4 dicembre e scelta del Pd (quindi di Renzi) di archiviare quella tematica un secondo dopo la sconfitta. Abbiamo convinto 12 milioni di italiani che il futuro del paese passava da quella riforma e il 5 dicembre era improvvisamente una cosa marginale? Come minimo gli elettori (anche quelli che hanno votato no dopo una riflessione nel merito) si sono sentiti presi in giro!

Renzi ha anche rivendicato la linea politica. E non è da lui che si dovrebbe pretendere qualcosa di diverso. Ma concordo che è soprattutto di questo che si dovrebbe discutere. La linea politica del Pd degli ultimi anni va ancora bene? Va solo corretta o totalmente stravolta? In attesa del congresso la domanda da farci adesso prescinde però da quale linea prevarrà al congresso Dobbiamo chiederci se c’è modo di fare opposizione a un governo che è in campagna elettorale permanente e sfugge alle responsabilità di governo? Se c’è modo di contrastare una maggioranza che produce atti dannosi per le persone alle quali dice di voler restituire dignità mentre toglie loro un anno di reddito e di contributi.

Secondo me il modo c’è ed è quello di far vedere ogni giorno plasticamente agli italiani che ciò che abbiamo fatto noi era la strada giusta. O almeno migliore di quella dei pentaleghisti. Urlare ogni giorno quanto sono incapaci e pericolosi. È sufficiente? Ovviamente no. Perché gli italiani ti staranno a sentire solo se ti riterranno credibile. È complicato? Meno di quanto sembri (un popolo che reputa credibile Di Maio o Salvini, ma soprattutto che li considera intercambiabili, ha oggettivamente una soglia abbastanza bassa…). Certo, serve maggiore determinazione e voglia di stare insieme per un obiettivo comune.

Quindi coerenza, credibilità e determinazione.

Coerenza della nostra critica con quanto fatto quando governavamo noi. Riconoscere errori o insufficienze, ma senza abiurare mai. Prendiamo il Decreto Di Maio. Ci sono cose buone? Si, tutte quelle coerenti con il Jobs Act. L’annunciata volontà di ripristinare i voucher, ad esempio (spero si aggiunga anche la categoria del lavoro domestico). L’aumento della indennità per il licenziamento ingiustificato, per fare un altro esempio. Aumentare i costi per il tempo determinato invece no. Misura peraltro che non è solo in contrasto al Jobs Act, ma anche alle proposte di legge presentate dal Pd in questa legislatura. Noi stiamo lavorando per far pagare meno il tempo indeterminato, che è scelta ben più utile ai lavoratori e maggiormente in grado di favorire la piena e buona occupazione, per citare una formula efficace. E altri esempi simili.

Credibilità. Per essere credibili servono tre cose secondo me. La prima è appunto la coerenza. Se abiuri ogni cinque minuti non sei credibile. O meglio, lo diventi solo se vinci il congresso “rottamando” i simboli della linea precedente (Renzi e Gentiloni più altri simboli minori): auguri! Anche ogni tentativo di rompere l’alleanza giallo-blu (il verde dalle parti di Via Bellerio non lo si porta più da molto) con la tattica. Scelte del tipo “sosteniamo Di Maio contro gli interessi degli imprenditori del Nord tano quelli votano Lega”. Questo è il massimo esempio di questa tattica suicida: regalare il Nord a Salvini, dei geni! La seconda è la leadership (ed è il motivo per cui purtroppo o per fortuna, io voto purtroppo, è insensato chiedere a Renzi di impersonare lui quella leadership). La terza (e più importante) è un lavoro di medio periodo con i cosiddetti corpi intermedi. Su quest’ultima cosa ci torno prossimamente.

Determinazione. Bisogna crederci. Se non ci credi sarai sempre tentato da scelte tattiche, minimaliste, di “riduzione del danno”. “When in trouble go big!” deve tornare ad essere il nostro motto.

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