Di popcorn, profezie e amore. Piccole riflessioni per tornare a vincere.

Si è tanto ironizzato sui popcorn. Ma guardate che quella metafora non era altro che una metafora.

Prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui i governanti si sarebbero accorti che governare è più difficile che vincere le elezioni; che la realtà è una cosa che può non piacere, può fare paura, può essere ingiusta, ma ha quel cazzo di problema che si chiama così, la realtà, perché è reale. E quindi prima o poi ti presenta il conto.

Prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui chi li ha votati (e purtroppo anche chi non li ha votati) avrebbe dovuto fare i conti con il fatto che se metti un cialtrone incapace a gestire le politiche per il lavoro, ci sta che faccia approvare provvedimenti che mettono a rischio i posti di lavoro.

Prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui chi li ha votati (e purtroppo anche chi non li ha votati) avrebbe dovuto fare i conti con il fatto che se metti un fascista a gestire l’ordine pubblico, ci sta che si comporti da fascista.

Prima o poi sarebbe arrivato. E quel giorno sta arrivando, i primi segnali sono evidenti. Sorprende piuttosto quanto il “prima” sia stato così tanto “prima” (alla fine la “luna di miele” è durata i canonici 100 giorni, ma forse solo perché c’era agosto in mezzo altrimenti poteva durare molto meno).

Dal punto di vista comunicativo, arrivare a quel giorno avendo messo in guardia gli elettori che presto l’illusione si sarebbe trasformata in disillusione avrebbe aiutato. Dire “guardate che le scelte fatte da Letta, Renzi e Gentiloni erano quelle giuste, nel vostro interesse” una volta arrivato quel giorno, quello della disillusione, avrebbe (ri)aperto uno spiraglio di dialogo. Questa era la metafora dei popcorn, non arroganza o disinteresse per il futuro del paese. Anzi. È un meccanismo di costruzione del consenso e della comunicazione molto banale: impossibile immaginare come battere il tuo avversario se pensi che sia imbattibile.

Questo è stato il peccato originale di chi ha ironizzato su, se non screditato, i popcorn: aver convinto prima se stessi e poi i 7,5 milioni di italiani che hanno votato centrosinistra che i fasciocialtroni sono imbattibili e deciso la strategia sulla base di questa profezia che si autoavvera. Purtroppo il solito perbenismo della sinistra, unita alla rinnovata fretta di accantonare la stagione renziana, ha disinnescato quella che oggi sarebbe stata un’arma potentissima. Peccato, è andata. Come direbbe l’ex titolare della ditta: non si rimette il dentifricio nel tubetto.

Li possiamo battere. Ma non li batterà un “ribaltone”, non li batterà separarli per provare a fare con i 5S quello che fece la Margherita con i DS a metà anni ‘90: i voti degli ex comunisti (inaffidabili, a torto o ragione), le facce pulite e rassicuranti dei popolari.

Li possiamo battere partendo dal presupposto che sono destinati a fallire e basando su questo la strategia. Li possiamo battere se sapremo essere un interlocutore credibile e coerente per quelle comunità ferite dalla loro incompetenza, dalla loro cattiveria. E possiamo esserlo perché non abbiamo solo detto di voler fare altro da loro, ma abbiamo fatto altro da loro. Governando. Con errori ed omissioni più o meno colpevoli, ma con coerenza e amore. Sì, amore per il paese. E non è che se lo diceva anche Berlusconi dobbiamo vergognarcene: non avete mai amato la stessa donna o lo stesso uomo di una persona che non stimate?

Amiamo l’Italia, il suo popolo e soprattutto le sue tante comunità che la rendono ogni giorno più bella e più viva. Facciamolo e toccherà di nuovo a noi.

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