Educazione civica: qualche se e molti ma

Questo articolo è comparso sul numero 135 di Scuola 7

Il 2 maggio la Camera ha approvato all’unanimità, 3 gli astenuti, la legge sull’insegnamento dell’educazione civica con pochissime modifiche rispetto al testo unitario licenziato dalla commissione di merito. Respinti gli emendamenti a prima firma Ascani (PD) che chiedevano di finanziare con 30 milioni il lavoro dei docenti e con ulteriori 20 (la legge ne stanzia 4) la formazione degli stessi. Si partiva da articolati molto diversi tra loro: da quelli che vogliono ripristinare l’ora di Educazione civica tout court, anche per il forte valore evocativo e simbolico che può avere il voler richiamare fin dal nome i “bei tempi”, a quelli più rispettosi dell’autonomia delle scuole e dei docenti, mantenendo un impianto trasversale e collegiale.

La questione della trasversalità

Quello della trasversalità è un punto importante ed è una costante per iniziative che vanno a toccare la didattica: il dibattito, infatti, tende sempre ad avvitarsi in una polemica tra “discipline” e “competenze”. Per paura di urtare i laudatores temporis acti in servizio permanente effettivo si argomenta spesso ribadendo l’ovvio, cioè che “hanno ragione entrambi”. Voglio invece essere per una volta schietto: la polemica sulla contrapposizione tra “discipline” e “competenze”, sul piano delle politiche concrete non ha senso perché è già stata risolta con l’equilibrio trovato nelle Indicazioni e nelle Linee guida. Se invece si vuole fare una discussione sul piano teorico, è legittimo (anzi, opportuno, vista la ciclicità con cui si ripropone), ma fino a quando non avrà trovato sbocchi in modifiche dell’ordinamento resta -appunto- teorica. E fare una legge completamente svincolata dall’ordinamento vigente, come alcuni avrebbero voluto fare anche in questa occasione, non è una soluzione seria. La domanda è semmai perché le Indicazioni, in particolare quelle per i licei, facciano tanta fatica a trasferirsi dalla carta alla scuola agita. Come ha scritto Mauro Piras su Rivista dell’Istruzione n. 2-2019, “la pratica didattica, nella scuola secondaria, soprattutto di secondo grado, spesso tende a restare disciplinare, contenutistica e legata ai voti”. “Questo -aggiunge- crea una contraddizione che spiega la difficoltà in cui si muove Cittadinanza e Costituzione: nella pratica scolastica, una disciplina viene ‘fatta davvero’ se ha un numero di ore definito, insegnanti dedicati e un voto in pagella; altrimenti, anche se è prevista come obiettivo di apprendimento, viene di fatto trascurata”. Per poi concludere che “una soluzione adeguata deve ovviare a queste mancanze, ma non deve tradire l’idea di una didattica aperta e non irrigidita sui contenuti disciplinari”.

Pregi (pochi) e difetti (molti) dell’impianto complessivo

La legge approvata in un ramo del Parlamento va in questa direzione? Anticipo le conclusioni per dire che secondo me non lo fa. È certamente una legge con elementi apprezzabili, in particolare gli artt. 6, 7 e 8: formazione dei docenti (certo, 4 milioni sono davvero pochi); ruolo delle famiglie, dal quale non si può prescindere mai, ma ancor di più su tematiche come questa; ruolo del territorio, con la valorizzazione delle esperienze extra-scolastiche e il coinvolgimento del terzo settore e delle autonomie territoriali, anche con la costituzione di reti ad hoc. Su questo ultimo punto c’è purtroppo da segnalare anche un neo (se piccolo o grande lo giudicherà il lettore) introdotto con un emendamento, peraltro approvato all’unanimità. Questo prevede che i criteri per l’individuazione dei soggetti “con cui le istituzioni scolastiche possono collaborare” devono essere stabiliti da un decreto del Ministro. Ennesimo segnale che l’autonomia delle scuole proprio non riesce ad essere rispettata dal legislatore, a cominciare dal lessico (ti dico io cosa puoi o non puoi fare) che utilizza per limitarla. Con in più il rischio che qualsiasi spinta delle scuole ad organizzarsi autonomamente sia soffocata nella culla in attesa di un decreto che, conoscendo i tempi del MIUR, non si sa quando arriverà. Quanto sono lontani i tempi del “tutto ciò che non è vietato è consentito”, slogan coniato da Berlinguer quando varò l’autonomia scolastica vent’anni fa.

Ma è l’art. 11 che mette in luce con una evidenza abbagliante il non detto della norma. Un comma apre alla prospettiva “dell’eventuale modifica dei quadri orari che aggiunga l’ora di insegnamento di educazione civica”. Il legislatore tradisce così il suo “vorrei l’ora in più, ma non posso”; quindi faccio altro, ma lo costruisco dal punto di vista normativo “come se”, scaricando sulle scuole la patata bollente. La sensazione è che se si è (per ora, le cose possono sempre peggiorare al Senato) abbandonato l’impianto additivo, cogliendo elementi di parte delle opposizioni (ad esempio la PDL della Sen. Malpezzi o gli emendamenti dell’On. Fusacchia) non è perché ci si è convinti che sarebbe stato un errore, ma per ragioni molto più prosaiche. L’ora in più infatti sarebbe stata troppo costosa, non solo in termini di scelte sulle coperture, ma anche di consenso verso alcune platee di docenti. Qualche “numeretto”: esclusa la scuola dell’infanzia, che la stessa legge tiene sullo sfondo, le classi delle scuole statali sono circa 330.000, per un’ora in più servirebbero almeno 17.000 docenti, come minimo 600 milioni; si aggiunga che pochi giorni fa il governo si è impegnato a trovarne altri 900 per “recuperare il potere d’acquisto” del comparto: dove troveranno 1,5 miliardi? Un’ora in più significa anche dover definire chi la insegna, alimentando la polemica tra storici e giuristi: scegliere significa accontentare, ma anche scontentare, si è preferito glissare.

Riempire un secchio o accendere un fuoco?

Il risultato è quindi un ibrido, che investe le scuole dei problemi che la politica non ha saputo o voluto risolvere. Ricorrendo alla nota metafora, il principale problema di questa legge è che cerca di tenere insieme chi pensa che educare significhi “riempire un secchio” e chi invece “accendere un fuoco”. Sono due concezioni difficilmente conciliabili e questa contraddizione viene -tanto per cambiare- scaricata sulle scuole. E così l’insegnamento diventa curricolare, ma senza “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”; rispolvera l’educazione civica per strizzare l’occhio ai nostalgici, ma senza trascurare il richiamo più contemporaneo alla cittadinanza digitale e al mondo del lavoro; ha un numero di ore definito (33, 1 a settimana), ma non sono ore aggiuntive; prevede un voto finale, ma viene inspiegabilmente abrogato il comma del d.lgs. 62/2017 che introduceva le competenze di cittadinanza tra quelle oggetto di verifica nell’esame di Stato del II ciclo; è “trasversale”, ma viene affidato “ai docenti abilitati all’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche, ove disponibili (sic)”; si istituisce il docente coordinatore che propone anche il voto, ma “acquisendo elementi conoscitivi dai docenti a cui è affidato l’insegnamento”. A completare il quadro, un elemento paradossale, almeno per chi ricorda le polemiche che hanno accompagnato l’approvazione della Buona Scuola. Molto si è ironizzato sul comma 7 e le sue 17 lettere di “obiettivi formativi prioritari”; che accadrà adesso che i contenuti per un unico insegnamento, educazione civica, vengono sviluppati in tre articoli, una dozzina di commi e 15 lettere?

Ribaltare l’approccio

Su Avvenire del 27 aprile, il Prof. Corradini annota, riferendosi alla 196/2008: “Perché buttare a mare, dopo un decennio, quel binomio di Cittadinanza e Costituzione, con tutto il lavoro di elaborazione teorica, amministrativa  e didattica, fatto anche a livello universitario per i futuri docenti (e tutt’ora in corso, perché fa parte degli esami di maturità), [e non trovare invece] una mediazione alta fra i due più diffusi e più profondi aggregati concettuali oggi disponibili in termini di spendibilità internazionale (cittadinanza) e di sano patriottismo italiano ed europeo (Costituzione), fra loro distinti e interconnessi?”. Anche alla luce di queste parole molto condivisibili, forse varrebbe la pena di chiedersi se non sarebbe stato più efficace ribaltare l’approccio. Non partire dal dogma dell’ora aggiuntiva, che di fronte alle difficoltà attuative sfocia in un impianto un po’ pasticciato e privo di una base teorica coerente; partire invece da un impianto teorico solido, quello della 169/2008 e della circolare Dutto 86/2010, un impianto che parte da Moro e arriva al d.lgs. 62/2017, passando -tra gli altri- per Mattarella, Berlinguer e Gelmini. E a quell’impianto “aggiungere” ciò che manca per superare i “blocchi” ben sintetizzati da Piras: un monte ore minimo (lasciando alle scuole la possibilità di andare anche oltre) e la previsione di un voto in itinere e finale se proprio serve per dare il segnale che “viene fatta davvero”.

Certo, per questa “rivoluzione copernicana” servono una politica forte abbastanza dal saper rinunciare a piantare l’ennesima bandierina, rispetto per le scuole e la loro autonomia, fiducia nei docenti e nei DS. Tutti ingredienti poco presenti nell’attuale maggioranza parlamentare. Così scarsi da indurre alla più pessimistica delle considerazioni conclusive: ho riassunto i limiti della legge approvata giovedì scorso, ma sono altrettanto certo che è una legge migliore di come avrebbe potuto essere.

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